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L’inflazione non è uguale per tutti

Data pubblicazione: 04 febbraio 2026

Autore:

TrueNumbers.it per Fineco Bank
Rappresentazione visiva dell'articolo: L’inflazione non è uguale per tutti
  1. Negli ultimi 10 anni è Bolzano a fissare il record: +32,2%, più del doppio rispetto a Campobasso, +15,2%
  2. Il Nord ha sofferto più della media i rincari dei trasporti, il Mezzogiorno quelli dell’energia e degli alimentari
  3. Tra le 10 province più popolose è quella di Catania ad avere visto il maggior carovita, +25,8% in dieci anni


DIECI ANNI DI INFLAZIONE, BOOM DEI PREZZI AL SUD

Nel Mezzogiorno record per il carrello della Spesa. Al Nord viaggiare è quasi un lusso.


L'aumento nelle principali province italiane

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I rincari tra 2015 e 2025 per alimentari e trasporti

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Fonte: Istat


Sia chiaro: nessuno ride. Al massimo qualcuno piange meno degli altri. Sì, perché se si vanno a vedere i dati dell’inflazione tra il 2015 e il 2025 in Italia si scoprono differenze profondissime e, infatti, questo articolo vuole essere proprio un viaggio itinerante in Italia per scoprire le particolarità di ogni area geografica.


Partiamo dall’inflazione media nazionale che, nel 2025, è stata dell’1,5%, lo 0,5% in più rispetto all’anno precedente, ma, se consideriamo gli ultimi 10 anni, la crescita media dei prezzi in Italia è stata del 22,6%, e partiamo dal Nord, dal Trentino-Alto Adige, che ha visto una crescita dei prezzi del 28,5%, con un picco in provincia di Bolzano che ha toccato il 32,4%. Significa che in 10 anni il costo della vita è aumentato di quasi un terzo.


Facciamo un lungo salto e arriviamo in Basilicata e da lì in Molise: la prima ha visto, invece, una crescita del 17,2% e la seconda del 17,8%. Poco, - diciamo – rispetto al Trentino. Ma anche nel Lazio e in Lombardia i prezzi sono cresciuti “poco” rispetto al Trentino: +21% e +21,1%, e questo sta a significare che la geografia non coincide con il dato dell’inflazione dato che, per esempio, a Napoli, Catania e Palermo l’inflazione è stata maggiore della media nazionale (rispettivamente +25,4%, +25,8% e +25,3%) e più alta rispetto a quella di Milano (+22,2%), Torino (+21,2%) e Roma (+20,9%).


Al Nord l’inflazione è stata trainata dai rincari dei trasporti


Questi numeri dicono molto, ma non tutto. Se vogliamo capire di più dell’andamento dei prezzi, dobbiamo scavare dentro ai dati ufficiali dell’Istat e andare a vedere come i prezzi si sono mossi a seconda del paniere di riferimento. I trasporti, pochi lo sanno, rappresentano la seconda voce di spesa degli italiani e quindi l’andamento dei suoi costi pesa moltissimo su quello complessivo dell’inflazione. Beh, secondo l’Istat tra 2015 e 2025 il prezzo medio dei trasporti è salito del 23,5%, ma nella provincia di Grosseto l’aumento è stato del 30,1%, mentre Campobasso si è fermata al +11,9%. Crescita “bassa” anche in Molise, Basilicata e Calabria (+16,7%, +17,8% e +20%). Peggio è andata per milanesi, bolognesi e torinesi che in 10 anni hanno visto rincari rispettivamente del 26%, 25,3% e 24,4% soprattutto a causa della crescita dei biglietti del trasporto pubblico locale.


Il Sud ha visto una crescita contenuta anche per i servizi ricettivi e della ristorazione: gli aumenti minori si sono avuti a Campobasso e Caserta (+14,9% e +15,6%), e in generale in alcune aree più marginali economicamente e dal punto di vista turistico, come Basilicata, +18,6%, Molise, +16,5%, Abruzzo, +24,3%. A pagare di più sono stati, ancora una volta, milanesi e bolognesi: +36% e +36,4% e, in generale, le città più attrattive come Padova (+36,8%) e Treviso (+36,7%) e, soprattutto, Napoli, che, con un rotondo +38%, surclassa la crescita dei prezzi di Roma e Milano e quella media nazionale del settore, (+26,9%).


Il costo del carrello della spesa è salito di più nel Mezzogiorno


Finora abbiamo, comunque, parlato di consumi non essenziali, non decisivi per la vita delle persone. Adesso arriva il succo, perché parliamo della spesa per il cibo, che assorbe il 17,1% del reddito delle persone. A sorpresa è la provincia di Como che ha visto i minori aumenti: “solo” +21,2% a fronte di un dato medio italiano del 34,4%. Inferiori alla media anche i rincari a Milano (+27,1%), Torino (+30,6%), Bologna (+31,3%) e Firenze (+31,8%). Sempre a sorpresa, il costo della spesa è cresciuto molto (ma molto!) di più nel Mezzogiorno: a Benevento il record nazionale con un incredibile +47,3% seguito da Cosenza con il +45,8%. Poi vengono Napoli (+42,5%) e Catania (+42%).


Tra i motivi di questi divari c’è probabilmente la maggiore presenza, al Nord, della grande distribuzione e di una più ampia concorrenza, nonché di forti economie di scala nella logistica. Nel Sud e nelle Isole una distribuzione più frammentata ha comportato un minor potere contrattuale con i fornitori, ma conta anche la composizione della spesa delle famiglie. Laddove sono consumati più prodotti freschi e non confezionati, che hanno subìto maggiori rincari, l’inflazione alimentare è salita di più, e parliamo proprio del Mezzogiorno.


E non vogliamo vedere come sono andate le bollette energetiche? Si deve, purtroppo, perché in 10 anni l’energia è aumentata del 61,8%, dopo avere superato il 100% (rispetto al 2015) nel 2022. Gli incrementi più bassi sono stati nelle province venete, +46,5% in media, con record negativi a Verona, +44,2% e Vicenza, +45,2%. In questa regione la presenza di un mercato competitivo con molti operatori locali ha contribuito ad abbassare i prezzi, mentre ad avere consentito rincari più contenuti nel Lazio e a Roma, +50,4%, sono state probabilmente le ampie economie di scala della rete romana. Sotto la media nazionale, per la stessa ragione del Veneto, anche gli aumenti in Trentino-Alto Adige, +56,1%, e Friuli-Venezia Giulia, +55,3%. Al contrario le impennate più forti dei prezzi dell’energia si sono registrate nel Molise, +74,5%, in Abruzzo, +74,1%, e in Piemonte, con la crescita del 71,4% nella città metropolitana di Torino. Il viaggio è finito, l’inflazione, purtroppo no.


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